
Il metodo Emdr nasce da una scoperta che nel 1987 fece Francine Shapiro[1], psicologa e ricercatrice americana. Si accorse che il disturbo causato da ricordi negativi si riduceva quando guardava (spostando gli occhi da destra a sinistra e viceversa) gli alberi di un parco. Ipotizzò che la stimolazione oculare bilaterale (che agisce alternativamente sui due lati del cervello) potesse favorire l’elaborazione dei ricordi negativi disturbanti, portando sollievo.
La prima popolazione sui cui provò il suo nuovo metodo furono i reduci di guerra del Vietnam, colpiti da PTSD. Erano tra i pazienti più difficili da trattare, e spesso neanche le terapie farmacologiche erano in grado di eliminare i flashback intrusivi, gli scoppi di rabbia, l’ansia e altri sintomi di questo disturbo.
L’Emdr si mostrò molto efficace, e da quel momento la ricerca sulla sua efficacia e la sua applicazione ai più diversi disturbi si moltiplicarono velocemente.
Nei decenni successivi migliaia di ricerche e dati neuroscientifici confermarono che l’Emdr è un trattamento evidence-based[2]. Nel 2013, l’OMS lo dichiarò trattamento elettivo per i traumi con la popolazione infantile, adolescenziale e adulta[3].
Negli anni il metodo fu perfezionato, fu creato un protocollo principale (“standard”) che ha permesso di sviluppare piani di ricerca attendibili e che contiene “gli ingredienti essenziali” perché l’Emdr possa funzionare. Parallelamente, e in seguito, grazie all’incredibile interesse destato dall’Emdr presso psicoterapeuti di ogni orientamento, si sono sviluppate molte modalità aggiuntive, collaterali e differenziate che hanno reso questo metodo duttile, non rigido, adattabile alle più diverse presentazioni cliniche. L’acronimo (Eyes Movement Desensitization and Reprocessing) include ancora “eyes” ma ormai è noto che la stimolazione bilaterale può essere anche tattile o acustica, auto o eterosomministrata (sempre con la guida del terapeuta), individuale o di gruppo.
Terapeuti di ogni orientamento oggi hanno trovato nell’Emdr un linguaggio comune che permette loro di uscire dai limiti del singolo approccio, e di integrare in un sapere più ampio ed aperto la loro teoria “di partenza”.
Ci sono alcuni presupposti che sono necessari perché possa reggersi l’impianto teorico-clinico dell’Emdr, e sono sintetizzati nel modello AIP (Adaptive Information Processing). Innanzitutto, il concetto di trauma, ma anche l’idea che il nostro cervello possegga naturalmente un sistema biopsicosociale di risposta ed elaborazione dell’esperienza.
La nostra mente impara a adattarsi nel contesto in cui si sviluppa, e sceglie le migliori strategie di cui dispone in una determinata situazione per raggiungere la sicurezza e la sopravvivenza. Ciò che impara è custodito in termini di memoria esplicita e implicita, narrativa e procedurale, conscia e inconscia, emotiva, somatica e psicologica. Potremmo dire che nella memoria e nelle sue reti c’è il nostro bagaglio con cui viaggiamo tutta la vita. I primi strati di questo bagaglio, depositati nell’infanzia fino all’adolescenza, sono i più influenti per la strutturazione degli strati successivi, ma in ogni momento della vita è possibile “risistemare” il bagaglio, oppure affrontare eventi e situazioni che ne sconvolgono l’equilibrio.
Alcuni eventi più destabilizzanti possono segnare il percorso successivo, fino a far parlare di un prima e un dopo, una cesura dell’esperienza. Questi sono i cosiddetti traumi con la “T” maiuscola. Si può trattare di un incidente, una morte traumatica, un evento che produce spesso un PTSD.
Inoltre, all’interno dei legami di attaccamento con le figure genitoriali (o di riferimento) il bambino impara molto su di sé, sugli altri e sul mondo. I messaggi, anche sottili ma ripetitivi, incisivi e profondi, che il bambino riceve, possono condizionare fortemente i suoi modelli interni e i suoi comportamenti futuri. Non sono così evidenti ed eclatanti come i traumi con la T maiuscola, ma possono essere ancora più destabilizzanti e patogeni per la persona. Per questo si parla di traumi con la “t” minuscola. Tra essi, per esempio, la trascuratezza emotiva, l’abuso, la separazione precoce.
I disturbi da traumi dell’attaccamento possono avere diversi livelli di gravità. Da un difetto dell’autostima fino a un disturbo pervasivo con elevati livelli dissociativi, che fanno pensare al cosiddetto “sviluppo traumatico” di cui parlava Liotti[4].
L’Emdr consente di lavorare sul trauma, riattivando il ricordo e riavviando il sistema di elaborazione naturale che la mente possiede, e che tende ad una soluzione adattiva. Il trauma non è una soluzione adattiva, è il segnale che la mente non è riuscita a “digerire” l’esperienza in un modo funzionale. Ciò che non viene digerito continua a “risalire” nella memoria, o nei sintomi in vari modi, e produce malessere. Questo modello di funzionamento della mente è attualmente confermato dai più recenti studi neuropsicologici.
Una buona “mappa” che il terapeuta insieme al paziente può fare, è un quadro complessivo del perché e del come le esperienze difficili del passato abbiano potuto generare i sintomi (concettualizzazione o formulazione del caso). Una volta disegnata la mappa, ed esaminate le componenti principali del “bagaglio” che il paziente ha costruito a proposito della sua sofferenza, è possibile andare ad identificare i ricordi, le esperienze di apprendimento, che hanno creato una visione disfunzionale nel paziente. Tale visione è disfunzionale nel presente, ma probabilmente nel passato ha avuto un senso. Spesso un pezzo importante del percorso è proprio quello in cui il paziente comprende quel senso originario, comprendendo meglio sé stesso. Accogliendo quel bambino del passato, e interiore, che ha fatto del suo meglio per sopravvivere, la persona è in grado di fare nuove scelte.
L’Emdr rende questo processo elaborativo di gran lunga più veloce e più efficace rispetto a diversi altri approcci psicoterapeutici, per una serie (sempre più lunga) di disturbi.

Farò riferimento qui ad un caso clinico per dare un’idea di come l’Emdr possa funzionare.
Enrica è una ragazza di 23 anni, studentessa universitaria fuorisede, che sviluppa un disturbo da attacchi di panico. Da un anno ha iniziato una relazione con un ragazzo e recentemente, dopo diversi esami superati brillantemente, un esame a cui teneva è andato male. Sente di avere deluso la professoressa, a cui sperava di chiedere la tesi di laurea.
Durante i primi attacchi di panico, credeva di avere un problema cardiaco o respiratorio. Sono stati i medici del pronto soccorso ad insistere perché lei vedesse uno psicologo. Enrica pensava di avere un disturbo fisico e non riteneva di avere disagi psicologici. Diceva di non avere nessun problema a gestire le emozioni, in realtà sembrava proprio evitarle, soprattutto la rabbia e la paura (che non riconosceva).
Andando ad approfondire l’anamnesi di E., si evince che lei è l’ultima di quattro fratelli e sorelle, tutti laureati e di successo. I genitori sono professionisti affermati, poco presenti a casa e nell’infanzia di Enrica. Lei racconta di lunghi pomeriggi in solitudine o trascorsi fra gli impegni quotidiani. I genitori la sera le chiedevano della scuola e degli sport, e si accorgevano di lei solo quando portava successi, altrimenti erano “disinteressati e distratti”. Ricorda una volta in cui la madre venne chiamata dalla maestra, perché lei aveva avuto una nota disciplinare in classe. Quella volta subì una punizione molto dura e la madre si arrabbiò moltissimo con lei, perché era stata interrotta al lavoro a causa di quella chiamata dalla scuola.
In casa c’era molta attenzione per la performance, e nessuno spazio per l’emotività, neanche per la paura o perfino per le emozioni positive. Enrica aveva imparato presto che doveva essere perfetta e fare del suo meglio per essere amata, senza esprimere le emozioni che “potevano renderla vulnerabile”.
Quando era andata a studiare in un’altra città, aveva vissuto tutto come “normale”, e così era per i suoi genitori. Si aspettavano che lei non desse problemi, e lei faceva del suo meglio. Era andato tutto bene, fino a quell’esame.
Enrica – dopo aver lavorato sulle emozioni e aver fatto psicoeducazione in terapia – pensava che quel fallimento fosse l’unica spiegazione possibile dei suoi attacchi di panico.
Fermandosi sulle sensazioni provate dopo la bocciatura, si accorse – andando indietro nel tempo in un floatback[5] – di aver pensato di non essere capace e di avere deluso la prof, come le era capitato quando aveva deluso la madre. In quello sguardo della professoressa, inconsapevolmente Enrica aveva visto lo sguardo della madre e si era sentita di non valere nulla, e di meritare la punizione (solitudine e silenzio) che da piccola “si era guadagnata”. Aveva provato un senso di umiliazione e di vergogna, di rabbia verso sé stessa, e una profonda solitudine.
Abbiamo lavorato sul ricordo delle punizioni materne con l’Emdr, e durante l’elaborazione con le stimolazioni bilaterali Enrica ha potuto comprendere che per lei avere successo nello studio era l’unico modo per rendersi visibile e amabile agli occhi della madre. L’emdr le ha permesso di mettere insieme la consapevolezza cognitiva con l’aspetto emotivo e la memoria somatica del ricordo. Durante l’elaborazione ha provato comprensione empatica verso quella bambina che cercava di dare il meglio, lavorando duramente, per assicurarsi la vicinanza della madre, che emotivamente era indisponibile. Ha compreso che l’amore non va conquistato, ma che da bambina avrebbe dovuto riceverlo in modo incondizionato. È stata anche in grado di comprendere che il modo in cui i genitori stessi erano cresciuti, e il loro ambiente di vita, erano alla base dei loro comportamenti. Loro stessi erano stati amati in quel modo, ed erano convinti di fare il meglio per i loro figli.
Questi passaggi elaborativi sono avvenuti spontaneamente, grazie alle stimolazioni bilaterali, perché la mente conosce la strada per ottenere la soluzione più adattiva. L’Emdr riattiva il ricordo “non digerito” (o digerito in modo disfunzionale) e permette di rimettere in moto il processo che era stato bloccato. Ciò che per la bambina era stato un “buon” adattamento, per l’adulta è un’opzione limitante nel qui ed ora. Gli attacchi di panico e il perfezionismo finivano per minare l’autostima di Enrica e generare ansia ingestibile, fino agli attacchi di panico.
Le punizioni e la trascuratezza erano i “t” piccoli di attaccamento, le esperienze che l’avevano indotta ad imparare che fallire poteva toglierle l’amore della madre. Aveva imparato allora a dover “meritare” l’amore attraverso i suoi successi, facendo del suo meglio e riuscendo al meglio. Solo così si assicurava la vicinanza e la considerazione dei genitori. Tornare al ricordo attraverso l’Emdr, ha riattivato i significati, le immagini, le emozioni e le sensazioni fisiche collegate al ricordo e a quello schema imparato da Enrica. Questo apprendimento aveva guidato e limitato le sue esperienze, oltre che indebolito la sua autostima e la sua sicurezza: un esame non era solo un esame, ma molto di più.
Comprendere questi meccanismi ha consentito ad Enrica di continuare ad esplorare in terapia altri modi di affrontare le prove. Gli attacchi di panico si sono risolti e gli esami successivi sono stati vissuti da Enrica come esperienze che non avevano a che fare con l’amore dei genitori e con la sua sicurezza.
In questo esempio, molto simile a tante situazioni cliniche frequenti, si evince come l’Emdr consenta un rapido ed efficace intervento che è in grado di riattivare il naturale sistema di adattamento della mente.
Il disturbo da attacchi di panico – uno dei più diffusi nella popolazione generale – non ha sempre la stessa origine, né lo stesso trattamento. Il caso che abbiamo scelto è esemplificativo per parlare di Emdr, ma non rappresenta il modo con cui lavorare con tutti i pazienti.
Anche se si parla di protocollo “standard”, l’Emdr è ben lungi dall’ essere una terapia “standardizzata”. Ogni terapia va modellata su misura, e l’Emdr offre strumenti e varianti di applicazione infiniti. Ogni terapeuta, nell’incontro con il singolo paziente, sulla base di ciò che il paziente chiede per sé, e sulla base della specifica configurazione che si presenta (sintomo, storia, difese, risorse e aree di vulnerabilità) sceglie e adatta alla singola situazione il piano terapeutico. L’umanità e l’unicità del lavoro terapeutico sono del tutto preservate. L’efficacia e la velocità dei processi di cambiamento in moltissimi casi sono aumentate, come dimostrano numerose ricerche.
È indispensabile che il terapeuta abbia una adeguata formazione in emdr. Oltre ai due livelli di base della formazione, è indispensabile fare molta esperienza e supervisione, ed approfondire le applicazioni del modello. Oggi sono disponibili tantissimi testi per l’approfondimento e molti corsi di formazione. L’Associazione Emdr Italia (www.emdr.it) propone ogni anno molti seminari onlinee in presenza, e cura attentamente la crescita dei terapeuti Emdr, in uno spirito di condivisione e confronto dentro una comunità accogliente.
La psicoterapia è un’arte complessa, che richiede continuo studio e formazione. Oggi i risultati delle neuroscienze ci offrono nuove possibilità per comprendere il funzionamento del cervello e della mente. Queste nuove prospettive fino a pochi anni fa erano impensabili, e finalmente si sono incontrate con la clinica. Oggi entrano nello studio dei terapeuti e sono in grado di potenziare gli strumenti terapeutici, senza togliere l’umanità e l’autenticità della relazione.
[1] Shapiro, Francine (ed it. 2013) “Lasciare il passato nel passato. Tecniche di auto-aiuto nell’Emdr”, Astrolabio
[2] Per una accurata bibliografia degli studi e delle meta-analisi delle ricerche sull’efficacia dell’Emdr, consigliamo di consultare il sito www.emdr.it
[3] World Health Organization (2013) Guidelines for the management of conditions that are specifically related to stress. Geneva, WHO
[4] Liotti, G., Farina B., (2011) “Sviluppi traumatici. Etiopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa”, Raffaello Cortina ed.
[5] Tecnica utilizzata nel metodo Emdr per ritornare indietro ad un ricordo passato partendo da una situazione del presente